Sam Durant, What’s Underneath Must Be Released and Examined to be Understood, 1998

Sam Durant, What’s Underneath Must Be Released and Examined to be Understood, 1998

James Turrell · The Wolfsburg Project

The primary medium of Californian artist James Turrell is light. Probably the best-known artist in his field, Turrell’s entire oeuvre since the 1960s has been devoted to exploring the diverse manifestations of this immaterial medium and working towards a new, space-defining form of light art. While light here refers to nothing beyond itself, it causes surface, colour and space to interact and allows viewers to immerse themselves in a mysterious, painterly world. Occupying a central place in James Turrell’s oeuvre is the Roden Crater, an extinct volcano in the Arizona desert which the artist has been transforming into an observatory since 1974. Building upon the cosmic aspects of this quiet, meditative place, Turrell is creating the worldwide largest museum installation he has made to date at the Kunstmuseum Wolfsburg, producing a light-filled space of experience in the tradition of his Ganzfeld Pieces. Making full use of the adaptable architecture system of the Kunstmuseum Wolfsburg - unique within the German museum landscape - his installation will be an exploration of space and light: immaterial and material at once. The timelessness and fascination of James Turrell’s works derives from his incredible skill at capturing fleeting light and giving it the visual presence and tactile density of a physical body.

“Black Out”

guarda la tua storia nella tua testa

“Shed Included”, Wood, Metal, Puffy Paint, Acrylic 5”x3”x4”, 2007
“Green Cube”, Wood, Felt, Acrylic, 2”x3”x2”, 2005
Ethan Hayes-Chute

“Shed Included”, Wood, Metal, Puffy Paint, Acrylic 5”x3”x4”, 2007

“Green Cube”, Wood, Felt, Acrylic, 2”x3”x2”, 2005

Ethan Hayes-Chute

Anthony McCall: Betwween You and I

intervista di Valentina Ciuffi a Konstantin Grcic
Sei diventato noto, nei primi anni Novanta, come esponente della cosiddetta “new simplicity”. Cosa pensi di questa definizione, era appropriata?Il tuo design si è allontanato molto da lì? Comincio dicendo che oggi la parola complessità mi piace molto. I miei progetti iniziali erano semplici non solo perché avevo un sincero entusiasmo per la semplicità e la sua bellezza, ma anche per ragioni pratiche: ero agli inizi, il mio studio era piccolissimo, lavoravo per compagnie giovani, avevo pochi strumenti. La semplicità era anche il risultato dei mezzi di cui disponevo. Credo che anche il lavoro di Jasper Morrison – che ebbe grande influenza sul mio – dovesse il suo carattere di semplicità,almeno in parte, a limitazioni concrete. Ciò detto, ho un ricordo bellissimo di quel periodo, quello che facevo mi veniva naturale. Poi, nel giro di pochi anni, la semplicità è diventata cosa di tutti: non è facile fare oggetti semplici, ma forse è stato facile copiare la formula per riprodurli. A un certo punto, il Salone del Mobile era diventato noiosissimo, infestato di semplicità piatta e ordinaria. La semplicità aveva perso il suo charme e all’inizio mi sono sentito anche un po’ derubato del mio modo di fare design. Ma poi che fai, corri dietro a qualcosa che ti hanno rubato? Per me è stata un’occasione per fare altro: da lì ho iniziato a provare una forte attrazione per la complessità. Oggi, i miei progetti si possono dire complessi in riferimento al processo di realizzazione: lo sono le tecnologie per produrli e la sperimentazione che c’è dietro. Il risultato rimane comunque semplice, essenziale:  Chair_ONE (Magis, 2004, ed), per esempio, continua a essere un oggetto semplice ai miei occhi, anche se so che molti non la vedono così. In ogni caso, anche la complessità del processo che ci sta dietro è relativa. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di oggetti di design, non di opere di architettura! Io un aeroporto non lo saprei mica progettare…

intervista di Valentina Ciuffi a Konstantin Grcic

Sei diventato noto, nei primi anni Novanta, come esponente della cosiddetta “new simplicity”. Cosa pensi di questa definizione, era appropriata?
Il tuo design si è allontanato molto da lì? Comincio dicendo che oggi la parola complessità mi piace molto. I miei progetti iniziali erano semplici non solo perché avevo un sincero entusiasmo per la semplicità e la sua bellezza, ma anche per ragioni pratiche: ero agli inizi, il mio studio era piccolissimo, lavoravo per compagnie giovani, avevo pochi strumenti. La semplicità era anche il risultato dei mezzi di cui disponevo. Credo che anche il lavoro di Jasper Morrison – che ebbe grande influenza sul mio – dovesse il suo carattere di semplicità,almeno in parte, a limitazioni concrete. Ciò detto, ho un ricordo bellissimo di quel periodo, quello che facevo mi veniva naturale. Poi, nel giro di pochi anni, la semplicità è diventata cosa di tutti: non è facile fare oggetti semplici, ma forse è stato facile copiare la formula per riprodurli. A un certo punto, il Salone del Mobile era diventato noiosissimo, infestato di semplicità piatta e ordinaria. La semplicità aveva perso il suo charme e all’inizio mi sono sentito anche un po’ derubato del mio modo di fare design. Ma poi che fai, corri dietro a qualcosa che ti hanno rubato? Per me è stata un’occasione per fare altro: da lì ho iniziato a provare una forte attrazione per la complessità. Oggi, i miei progetti si possono dire complessi in riferimento al processo di realizzazione: lo sono le tecnologie per produrli e la sperimentazione che c’è dietro. Il risultato rimane comunque semplice, essenziale:  Chair_ONE (Magis, 2004, ed), per esempio, continua a essere un oggetto semplice ai miei occhi, anche se so che molti non la vedono così. In ogni caso, anche la complessità del processo che ci sta dietro è relativa. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di oggetti di design, non di opere di architettura! Io un aeroporto non lo saprei mica progettare…

window project 1990 (by Olafur Eliasson)

window project 1990 (by Olafur Eliasson)

per qualcuno chi è circondato da il mondo visuale, questa è un‘azione sciocca. 
ma se non sai cosa è l’immagine, come identificare i confini?

per qualcuno chi è circondato da il mondo visuale, questa è un‘azione sciocca. 

ma se non sai cosa è l’immagine, come identificare i confini?


“Untitled”,  Félix González-Torres, 1992
L’opera dell’artista cubano Félix González-Torres consiste in un accumulo di caramelle che l’osservatore può prendere e portare via. L’esaurimento degli oggetti esposti, è una metafora del processo di morte, ma allo stesso tempo è l’unico modo per dar vita all’opera stessa. Infatti essa consiste nell’essere consumata come memoria e traccia visibile della propria esistenza.
http://mariannariatti.tumblr.com/

“Untitled”,  Félix González-Torres, 1992

L’opera dell’artista cubano Félix González-Torres consiste in un accumulo di caramelle che l’osservatore può prendere e portare via. L’esaurimento degli oggetti esposti, è una metafora del processo di morte, ma allo stesso tempo è l’unico modo per dar vita all’opera stessa. Infatti essa consiste nell’essere consumata come memoria e traccia visibile della propria esistenza.

http://mariannariatti.tumblr.com/

Gli strati di penombra si sovrappongono, come tracce della memoria, per leggere lo spazio.

http://mariannariatti.tumblr.com/